Udine | Teatro Palamostre
20 dicembre 1995
23 dicembre 1995

Vizio di famiglia

Con questa commedia Edoardo Erba si conferma drammaturgo dotato di un personalissimo linguaggio teatrale.

locandina
anno
1996
testo
commedia in due atti di Edoardo Erba
regia
Giampiero Solari
interpreti
Ivano Marescotti, Anna Meacci, Daniele Trambusti, Silvana Bosi, Lara Ruschetti
produzione
Teatro Nuova Edizione

In una cornice risolutamente moderna, anzi post-modernista, prende forma e vita un testo imbevuto dei succhi paradossali e ironici di G. B. Shaw. Deus ex machina è un'agenzia che affitta famiglie adottive per anime sole. Un contratto stipulato dalla protagonista, incline alla tenerezza e alle illusioni, la mette a confronto con situazioni del tutto inattese, che rischiano di minare La sua voglia di famiglia ma non escludono, in fondo a una cinica quotidianità, sviluppi
fondamentali. L'autore di Maratona di New York e di La notte di Picasso si conferma drammaturgo di abili tessiture metaforiche, in possesso di un linguaggio scenico svelto, ironico e pungente, capace di dare sano vigore satirico al discorso, in questo caso, della famiglia che, gettata a picco nella alienazione della società, tuttavia riemerge come nostalgia di un tempo di rapporti umani.

Edoardo Erba è un uomo nella folla. Se ne distingue la sagoma a teatro, negli androni dove si fa nuova cultura, o in drappelli indipendenti: è lì tra gli altri e in genere sorride... Poi però si dilegua. Ha capacità di mimetizzazione, di slittamento, di presenza virtuale. Erba va identificato con la sua scrittura. È una lingua presa dalla strada dei nostri pensieri, la sua. Forma un diagramma agile, snodato, oscillante, accessibile, insidioso. l'insidia è una categoria che s'annida nelle trame fluide dei suoi dialoghi, e dietro c'è spesso un bersaglio non detto, un'ombra d'abisso, una fatalità che aspetta pazientemente al varco i Loman neo-logorroici del precariato di oggi ... Erba non fa tragedie. La trascendenza del dolore implicherebbe una fissità tematica, logistica, contemplativa, e lui è invece propenso a slalom metafisici. Nel percorso della scrittura si divincola quasi alla stessa maniera del mordi-e-fuggi degli story teller americani, ama farsi dire e sentire con chiavi rapide d'accesso, adotta una pragmaticità concettuale che a volte è affine a quella dei Carver, dei Mamet, degli Shawn, della narrativa breve di Leawitt ... Ma ci sembra che i moduli teatrali di Erba siano pure da ricondurre, per alcuni sensi, ai canoni di una cultura tedesca in apposta mento, a cominciare dai lontani nomadismi di Robert Walser ... denotando più da vicino qualche analogia con Botho Strauss ... con peter Handke ... con Hans Magnus Enzensberger ... Perchè Erba, appunto, somatizza e teorizza gli scarti quotidiani, gli abbandoni illusori, le eloquenze integrante, i calmi presentimenti di morte, l'irragionevolezza delle nostre paranoie. Dando lui per primo l'esempio, apparendo e scomparendo in paesaggi dove s'addensano comitive giovani di uomini che paiono usciti da tele di Edward Hopper, Stephen Conroy, Lucien Freud. l'arte è quella del defilarsi. Erba lo sa bene. Mosso da un civismo prossi mo alla spiritualità, è scrittore con le ali ai piedi. Inseguito da fantasmi. I fantasmi siamo noi, suoi personaggi e spettatori. Senza rendercene conto.

Rodolfo di Giammarco

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