Dido & Aeneas
Dewey Dell
CREDITSconcept, regia Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Vito Matera
costumi Dewey Dell, Guoda Jaruševičiūtė
co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia
Poche storie incarnano la natura squassante dell’abbandono con la stessa forza della vicenda di Didone. Regina di Cartagine, Didone viene lasciata dall’amante Enea che, tratto in inganno da magie oscure, è costretto a partire per fondare la città di Roma. Travolta dalla disperazione, Didone sceglie la morte, lasciandosi bruciare su una pira visibile dalla nave di Enea ormai al largo.
Il nuovo lavoro di Dewey Dell si configura come un viaggio verticale nelle conseguenze fisiche dell’abbandono, a partire dal melodramma barocco Dido & Aeneas di Henry Purcell. Nel culmine del lamento finale di Didone, la celebre frase “Remember me but forget my fate” (“Ricordami ma dimentica il mio destino”) apre a un’idea di trascendenza: una sublimazione della sofferenza che si proietta verso un futuro sconosciuto, ancora da venire.
La coreografia prosegue il percorso di confronto con archetipi e strutture narrative dell’antichità, assumendo il modello come calco su cui far riversare una materia attuale e nuova, come già avvenuto in Le Sacre du Printemps (2023). Anche la musica abita la matrice barocca attraverso l’impronta originale di Demetrio Castellucci, compositore della compagnia, che realizza una versione elettroacustica fedele all’opera di Purcell.
Elemento centrale della ricerca è il lavoro sul testo del libretto originale: le parole, nel suono rielaborato dello spettacolo, non sono sempre pienamente comprensibili o udibili, ma incarnano e intarsiano immagini, scene e movimenti della danza. Didone, Belinda, Enea e gli altri personaggi vengono evocati dalla restituzione figurativa ed etimologica delle parole che pronunciano e dal movimento dinamico del canto originale. Il libretto viene smembrato e attraversato, eppure l’essenza della storia ritorna con forza, restituendo una precisione pungente sul tema dell’abbandono.
Negli ultimi anni, nel lavoro dei Dewey Dell si è sviluppata una controparte della coreografia del corpo definita danza dell’informe: macchie, masse, volumi e costumi che forzano una biomeccanica non umana e portano in scena un corpo percepito ma non pienamente conoscibile, in continua trasformazione. Informe non come assenza di forma, ma come forma che non può essere ricondotta a nulla di già noto: un’immagine che si fa pensare più che vedere.
Come accade osservando nuvole, vapori o minerali, l’informe mette l’occhio a nudo, annulla la presa mentale sulla visione e lo lascia orfano di certezze, aprendo a un nuovo inizio. È questa dimensione informale ad accompagnare il viaggio verticale nell’abbandono, che si concretizza nel mutamento di stato degli elementi e conduce a una possibile sublimazione della sofferenza: nello sprofondo dell’essere, la luce può ancora riemergere. Un nuovo futuro.



