Residenza 30 - Barletti/Waas

DIALOGHI / RESIDENZE DELLE ARTI PERFORMATIVE A VILLA MANIN

Residenza 30
Villa Manin, Spazio Residenze
BARLETTI/WAAS
17 - 31 luglio 2020
Parla, Clitemnestra! 
(ovvero: se di parole fosse fatto il mondo) 
Un’eterna tragedia (in versi)

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Equipe in residenza
Gabriele Benedetti e Simona Senzacqua, attori/performer
progetto/testo/drammaturgia Lea Barletti
regia Barletti/Waas
sound design e musiche originali Luca Canciello

La Residenza della compagnia italo tedesca Barletti/Waas approfondisce e prosegue alcune linee di ricerca sul testo di Lea Barletti "Parla, Clitemnestra! (Se di parole fosse fatto il mondo)".
Il testo contribuisce alla riflessione sulla condizione femminile in una società ancora oggi sotto molti aspetti patriarcale. Una condizione che ha le sue origini nell'antichità e che nei testi greci emerge spesso rappresentata sotto due uniche possibili variabili: quella della sottomissione o quella della ribellione, per lo più violenta, e di conseguenza destinata a condanna e repressione.

“Naturalmente oggi le cose non sono più così, bianche o nere, ma spesso si ha come l'impressione che il gioco si sia semplicemente fatto più sottile e nascosto, mentre le forze in campo, e la pressione sociale che spinge all’omologazione femminile, siano fondamentalmente rimaste simili.
Molte scelte che appaiono fatte in libertà sono spesso sottili coercizioni. I mezzi utilizzati non sono magari più l'uso della forza bruta, ma convincenti mezzi di persuasione più o meno occulti (pubblicità, mode, approvazione/disapprovazione sociale, conformismo).
La nostra Clitemnestra cerca un'altra via, un'altra possibile rappresentazione di se stessa come donna e parte della società, un'altra storia da raccontare.
Cerca di cambiare innanzitutto la "narrazione" del femminile.

In questa sua ricerca potrà essere di volta in volta aiutata o ostacolata dall’interazione con il suo partner in scena, Agamennone, o dall'ambiente, più o meno familiare e/o rassicurante, anche dalla presenza degli spettatori, dalle loro scelte, opinioni, reazioni, interventi.
Attraverso la scrittura e le prove vogliamo creare uno spazio comune, di prossimità, con lo spettatore, come ci trovassimo in una casa, in una cucina, in un ambiente domestico.
Il pubblico dovrebbe essere parte del luogo e dell'azione, "parte sociale" in causa, quasi come il "coro" in una tragedia, testimone più o meno complice dell'accadere, in uno spazio-tempo reale e condiviso, sorprendente, non rassicurante, non "dato" una volta per tutte.
Uno spazio di azione tra attori e spettatori, dove l'accadere e il passare del tempo non riguardino solo gli attori ma tutti i presenti e lo spazio in cui insieme si trovano, e dove la responsabilità della storia individuale e collettiva passi per le scelte di tutti i presenti.
L'idea è di creare e sperimentare infatti una parte di testo apposita per il pubblico, non necessariamente con delle battute, ma piuttosto con l’inserimento della presenza e dell'intervento degli spettatori nel corpo delle didascalie, come parte integrante del testo/ azione/ ambiente/ scenografia, dando ad una parte di loro dei compiti da svolgere durante lo spettacolo.

Un’altra importante linea di sviluppo del lavoro di creazione, riguarda più da vicino la recitazione e interpretazione del testo da parte degli attori, che, come negli altri miei due testi finora messi in scena con la compagnia Barletti/Waas (“Monologo della buona madre” e il recentissimo “Ashes to Ashes”), non vuole mai essere di tipo “psicologico” o naturalistico, ma tende sempre in direzione di una stretta aderenza al testo quale partitura musicale e ritmica, alla ricerca di un effetto di straniamento emotivo che renda il valore quasi oggettivo, carnale, sonoro e insomma fisico, delle parole.
Siamo alla ricerca, insomma, di una lingua “incarnata”, una lingua-materia, una lingua-corpo o un corpo-lingua, che faccia piazza pulita di qualsiasi pregiudizio  psicologico o di senso e lasci campo libero alla visionarietà e alla stratificazione e coesistenza di diversi livelli di interpretazione poetica e di senso, da quello più quotidiano, personale e “minimo” a quello mitologico e sovrapersonale.

Perché ho scritto “Parla, Clitemnestra!” in rima, per di più una rima spesso “facile”, a volte addirittura baciata, che dà al testo un’aria quasi scanzonata, da filastrocca? 
Perché per me la rima è la maschera, il mezzo per alleggerire, per parlare di qualcosa che ancora brucia mentre ancora brucia, facendo finta che sia un gioco da ragazzi: perché la storia, a noi donne, non ha davvero regalato nulla, eppure è, a mio avviso, quanto mai necessario uscire dalla logica e dal linguaggio dell’oppresso.
In questo la rima può aiutare, in qualche modo, a prendere le distanze, se così si può dire. E la rima è anche, per me, il linguaggio segreto delle cose: inaspettatamente, due parole apparentemente senza legame, che rimano tra loro, rimandano ad un nuovo significato, un significato che nasce dalla loro unione e che prima, prese singolarmente, non sapevano di avere. E si scoprono quindi legami, connessioni, possibilità nuove: di immaginazione, di azione, di pensiero, cui i “corpi-lingua”, liberati dal “dovere” del personaggio, possano avere più facile e libero accesso”.
Lea Barletti