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L'abbandono alla Divina Provvidenza
/ L'abbandono alla Divina Provvidenza
Alessandro Berti interpreta un grande testo mistico occidentale, le istruzioni spirituali in forma di lettere scritte dal padre gesuita francese Jean Pierre De Caussade
anno 2009
testo uno spettacolo di Alessandro Berti
dall'opera omonima di Jean Pierre De Caussade
regia drammaturgia, traduzione e regia Alessandro Berti
interpreti Alessandro Berti
musiche musiche originali Andrea Biagioli
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
con la collaborazione del Comune di Montese (MO)
 

Lo spettacolo è tratto dall’opera omonima Abbandono alla Divina Provvidenza, una raccolta di scritti del padre gesuita Jean Pierre De Caussade elaborati nel decennio 1730-1740, giunta sino a noi grazie al coraggio e allo zelo delle suore Visitandine di Nancy.
Il testo propone un cammino spirituale che partendo dalla conoscenza di sé stessi porta alla dissoluzione della propria individualità e al raggiungimento di uno “stato di pura fede”, un “abbandono” appunto, alla volontà di Dio istante per istante.
Uno dei più interessanti testi mistici di tutti i tempi viene messo alla prova del nostro tempo contemporaneo, in una messa in scena semplice, essenziale, centrata sul lavoro d'attore. Un ristretto numero di spettatori per replica sarà testimone e partecipe di questo percorso spirituale - proposto dal CSS Teatro stabile di innovazione del FVG - che indica proprio nel quotidiano, e nell’accettazione gioiosa del momento presente, l’unico luogo di ogni santità possibile.


Un grande testo mistico occidentale, le istruzioni spirituali in forma di lettere indirizzate nel corso di vent'anni da un padre gesuita francese a un convento di suore, viene messo alla prova del presente, in un lavoro semplice, vocato a un’essenzialità scenica e registica che permetta alle parole del testo di scorrere
liberamente da attore a pubblico. Il classico tema dell’ascetismo come sforzo dell’uomo che ha come risultato l’abbandono finale a Dio viene trattato con una luminosità e una radicalità che situa l'opera tra i grandi libri spirituali di ogni tempo e latitudine. La scena, una piccola cella di un convento, con solo un
inginocchiatoio e una bottiglia d’acqua, ospita la lotta spirituale, le orazioni e le illuminazioni di un giovane direttore d’anime che pare prepararsi a un sermone pubblico verificando spietatamente dentro sé la veracità del proprio completo svuotamento come individuo volitivo, unica condizione per l’entrata di Dio in
un’anima passiva, finalmente abbandonata all’azione dello Sposo.

 

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