Udine | Teatro S. Giorgio, Sala Harold Pinter
23 aprile, ore 21.00

Intero 20,00 €
Ridotto 17,00 €
Studenti 12,00 €
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Un eschimese in Amazzonia

Il Premio Scenario è da trent’anni un’indiscussa piattaforma di lancio per compagnie e artisti italiani under 35. Come socio del progetto, il CSS ha giocato un ruolo primario sia nel contesto dell’edizione dei 30 anni, ospitando a Udine le semifinali del Premio, che presentando ora a Contatto, in forma conclusa, i due progetti usciti vincitori ex equo dalle finali al Festival di Santarcangelo. Si tratta di Bau#2 di Barbara Berti e di Un eschimese in Amazzonia della compagnia The baby walk di Liv Ferracchiati.

The Baby Walk è la compagnia fondata da Liv Ferracchiati, artista transgender trentenne, fra le registe appena invitate alla Biennale Teatro diretta da Antonio Latella.
Un eschimese in Amazzonia cita una definizione dell’attivista Porpora Marcasciano per riferire il contesto socio-culturale che ostacola nell’individuo la libera definizione della propria identità di genere al di fuori dal modello binario sesso/genere, omosessuale/eterosessuale, maschio/femmina. Un modello che invade le nostre vite e le condiziona senza che ce ne accorgiamo. La presenza nella società degli “eschimesi” chiede a tutti di rimettere in discussione le regole.
Liv porta allora in scena se stessa e il suo corpo come “autobiografia” nel confronto con un Coro di 4 attori e attrici che rappresentano il magma ipnotico dell’omologazione sociale.

CREDITS
year
2017
text
Trilogia sull’Identità - Capitolo III
ideazione e testo Livia Ferracchiati
scrittura scenica Greta Cappelletti, Laura Dondi, Livia Ferracchiati, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli
cast
Greta Cappelletti, Laura Dondi, Livia Ferracchiati, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli
additional details
suono Giacomo Agnifili
production
spettacolo vincitore ex equo Premio Scenario 2017

23 aprile ore 21
Udine, Teatro S. Giorgio, Sala Harold Pinter

“Il centro del lavoro è il confronto tra l’eschimese, ovvero la persona transgender1 e la società. La società segue le sue vie strutturate e l’eschimese si trova, letteralmente, ad improvvisare, perché la sua presenza non è prevista. In questo caso però guardiamo dal suo punto di vista e la sfida è capire quanto e se la cosiddetta maggioranza gli sia distante. Il Coro invece parla all’unisono, attraverso una lingua musicale e ritmata, quasi versificata, dando vita alla società ipnotica (se pensiamo alle modalità comunicative e relazionali) e a rischio di spersonalizzazione di cui facciamo parte.
La logica con cui si struttura il lavoro è quella del “link web”: allora può succedere che, mentre si segue con crescente sgomento la vittoria di Trump si presti vagamente orecchio ad una puntata di “MasterChef Italia”. Che collegamento c’è? Nessuno, forse il nonsense.

Questo lavoro è il terzo capitolo della nostra Trilogia sull’Identità che, nel corso della progettazione e realizzazione dei tre spettacoli, ha visto un intenso lavoro sul linguaggio.
Se il primo capitolo (Peter Pan guarda sotto le gonne) attraverso la commistione tra parola e danza, racconta il linguaggio come mancanza, come incapacità di comunicarsi nell’infanzia e il secondo capitolo (Stabat mater), attraverso la parola come rappresentazione, innalza il linguaggio a strumento di ricostruzione di se stessi, nel terzo capitolo (Un eschimese in Amazzonia) il linguaggio è la metafora della precarietà e dell’instabilità dell’esistere. La fragilità del vivere si rende visibile, o meglio, udibile, per mezzo di una parola incerta, elaborata sul momento che può essere incisiva oppure fallire. Un altro elemento di grande importanza lo ricopre il “corpo come autobiografia”, in scena infatti, nei panni dell’Eschimese c’è Liv, che è autore del progetto, ma anche persona transgender.

Per la prima volta in questa Trilogia si affaccia l’autobiografia, ma non trova collocazione nel contenuto, piuttosto nella forma, nella presenza scenica. Il corpo narrante è forma ed espressione di sé, è estetica e movimento di una storia e di una vita specifica che è lì senza finzioni davanti allo spettatore. Siamo però a teatro e tutto ciò che viene posto sul palco è chiaramente nei termini del “come se”, si “semiotizza”, e allora l’autobiografia diventa altro da sé e si fa racconto al di là della storia specifica e si apre ad un pubblico più vasto, a una storia più universale.”
The Baby Walk

Images